Via Paolo Sarpi

7 di mattina, le insegne dei locali ancora chiusi mi colpiscono a freddo, il mio cuore si spacca in più parti ancora  e la mia testa, che già fatica a farmi dormire, mi dice che non ce la faccio. Non so quanto ancora riuscirò ad andare avanti in questo modo, la sera non riesco ad addormentarmi e quando finalmente succede, se per un qualsiasi motivo mi sveglio, la mente va a mio figlio e non riesco più a riprendere sonno. Soffro di sonno intermittente con stress come causa scatenante.

Sono a Milano da un paio di giorni, ospite di una amica che è più di una sorella. Come solo la vita a essere ironica e crudele, lei abita in Via Canonica, il viale contro il quale finisce letteralmente Via Paolo Sarpi.

Google Map definisce via Sarpi direttamente sulla mappa come “Via nota per la presenza della comunità cinese” ed in effetti sembra di essere davvero a Shanghai,  con la presenza sia del ragazzo che spinge il carrello con gli ultimi arrivi da Yiwu che dei suoi coetanei che chiacchierano rilassati, appoggiati al loro SUV con una portiera aperta. Come a Shanghai, primo e terzo mondo dello stesso popolo a stretto contatto.

A differenza della metropoli asiatica, qui la convivenza di cinesi da tutte le province è evidente, sento nell’aria dialetti di ogni tipo e solo di rado il dolce suono del mandarino sbuca  a sorpresa; probabilmente due persone senza dialetto comune devono dirsi qualcosa.

Entro in un bar per un caffè, appoggio distrattamente la cartellina trasparente con i documenti da mostrare al Consolato e l’occhio del barista di mezza età, sicuramente il proprietario, cade sul certificato di proprietà di casa mia.

In Cina si dice che se non sai dove sei, basta ascoltare quello che dice la gente intorno a te.  Se sentirai parlare di Governo e politica sei a Pechino, se sentirai parlare dei recenti rialzi del metro quadro sei a Shanghai. 

Il barista dell’Amico Bar in Paolo Sarpi è proprio Shanghainese di Qibao, area resa famosa da Tom Cruise che si risveglia a sorpresa in una casa tradizionale affacciata su una rete di canali, in uno degli episodi dell’interminabile Mission: impossible.

Mi chiede da quanto manco da Shanghai e, saputo che sono in Italia da Luglio, vuole notizie di come sia stato il lock down in Cina. Gli parlo volentieri della mia esperienza di quei mesi a Shanghai, in un disperato tentativo di aggrapparmi ad un filo al momento reciso.

Mi dice che le versioni coincidono, gli ho raccontato esattamente quello che ha sentito da parenti ed amici, nessuna necessità di schierare la polizia per strada, nessun arresto, solo tanta responsabilità personale e senso di comunità.

Poi il richiamo del mio sigaro è troppo forte,  prendo cappuccino e cornetto e mi siedo fuori, sotto uno di quei mille gazebo spuntati grazie al distanziamento sociale. Anche l’Amico Bar ha il suo, le parete opposta alla porta del bar pubblicizza con foto alcuni piatti del menù di pranzo, ci sono una invitante foto di una ciotola di Zuppa di Wonton e una meno attraente foto di due “springrolls”, scritto proprio così.

Ecco una differenza: a Shanghai gli involtini primavera li devi davvero andare a cercare, non li incontrerai mai per caso.

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